L’adolescente sembra particolarmente predisposto ad utilizzare il suo corpo come mezzo di espressione e comunicazione, ma quando l’angoscia risvegliata è insostenibile, le strategie attuate si rivelano spesso traumatiche e con conseguenze patologiche.

Kaplan precisa anche che non si tratta dell’elaborazione di un vero lutto, ma nel momento in cui l’adolescente rinuncia gradualmente al passato, è come se acquisisse la capacità di portare un lutto. Parallelamente, il corpo dell’adolescente è ormai separato da quello dei genitori e l’integrazione del nuovo corpo passa attraverso le sensazioni: è a questo punto che “interviene la masturbazione come procedimento destinato a padroneggiare l’esperienza corporea” (Ladame, 1989).

Laufer (1986) più di tutti, pone l’attenzione sull’importanza che ha l’inclusione dei genitali funzionanti nella rappresentazione dell’immagine corporea: il processo viene definito possesso del corpo che non è altro che il raggiungimento di un’identità sessuale irreversibile, consolidatasi sulla base di un’integrazione dei desideri sessuali e delle identificazioni edipiche. L’adolescente perviene ad una percezione del suo corpo come proprio e non più come un’estensione di quello del genitore.

Si è detto che per definizione l’adolescenza è solitamente distinta dalla pubertà: entrambi questi elementi però, si compenetrano riattivando prepotentemente vissuti di incertezza, ambivalenza e angoscia relativi al proprio spazio interiore che proprio in questo periodo va a configurarsi come “cavità originaria” nel senso di luogo centrale della femminilità (Ferraro, Nunziante Cesaro, 1985).

Negli ultimi anni si è osservato come il processo di acquisizione dell’identità femminile sia legato anche alle variazioni della percezione dell’interno del proprio corpo. Se spesso l’essere veramente donna è stato associato al ventre pieno della maturità, grazie a contributi come quelli di Kestenberg ad esempio, o, più recentemente, di Ferraro e Nunziante Cesaro (per citarne solo alcuni), si è sviluppata una prospettiva che, a partire da Melanie Klein, vede già nell’anatomia della bambina un punto cruciale su cui si basa lo sviluppo psicosessuale femminile.

La bambina non è più vista come il risultato del paragone con la linea di sviluppo del maschio, ma raggiunge una sua autonomia e peculiarità: i concetti di “pieno” e di “vuoto” legati a quello di “identità” di Gaddini, si vanno a collegare con quelli di “spazio interiore” e “spazio cavo” tipici del femminile. Il corpo cavo (Ferraro, Nunziante Cesaro, 1985), con le sue specifiche funzioni, diventa allora, sia su un piano astratto che su un piano fisico, il luogo dell’identità della donna; “uno spazio aperto alla creatività “ che è anche una metafora che allude “alla creatività psichica in termini generali” (Galdo, nell’introduzione di Ferraro, e Nunziante Cesaro, 1985).

Segnala questo articolo: [ Digg this digg ] [ Add to del.icio.us del.icio.us ]