Come ci difendiamo dai criminali: siamo sicuri di allontanarci da loro?
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Di fronte a crimini e delitti efferati, sia che vengano commessi da un gruppo di persone, che da un singolo individuo, la stampa, l’opinione pubblica e i singoli cittadini sembrano rimanere attoniti, sbigottiti…spaventati?
In che modo? Basti pensare ai termini con cui i criminali vengono definiti dai telegiornali, dalla carta stampata o dai singoli cittadini: tutti contengono un elemento comune l’allontanamento dalla condizione di vita normale della specie umana: attraverso un richiamo al mondo animale (bestie, porci, iene, branco, animali), ad entità astratte (setta, banda, ecc.) o a malattie (pazzo, folle, malato, alcolista, tossicodipendente, accecato dalla gelosia, ecc.).
Perché abbiamo bisogno di allontanare da noi queste persone, queste esperienze? Esistono a tal proposito molte risposte, ne daremo due che riteniamo fondamentali.
• Uno dei motivi principali che nasce dalle osservazioni dell’eteologia (scienza che studia il comportamenti animale – Lorenz, Tinbergen, Eibl-Eibelsfeldt ecc.) è che l’aggressività esercitata nei confronti di esseri viventi non appartenenti alla propria specie è diversa qualitativamente e quantitativamente rispetto a quella esercitata nei confronti di altre specie. Infatti nel primo caso scopo finale dell’azione aggressiva è dimostrare la propria superiorità a scopi riproduttivi e molto spesso il tutto si esaurisce con azioni rituali, drammatizzazioni, scambi di segnali che evitano l’esercizio vero e proprio della aggressività stabilendo il superiore e l’inferiore che si sottomette ed evitando la morte di uno dei due contendenti; nel secondo caso, invece, il fine dell’aggressione è la morte dell’avversario in quanto fonte di sostentamento - è il caso del predatore - o in quanto fonte di minaccia alla propria vita - è il caso della preda che si difende. Anche per l’uomo questo è valido: occorre sentire che l’altro è diverso da noi, è meno importante dal punto di vista morale per ucciderlo o aggredirlo; basti pensare al modo con cui i nazisti definivano gli ebrei, o gli eserciti i propri nemici (muso giallo, porco, bastardi, ecc.).
• Un’altra spiegazione è fornita dalla psicoanalisi: quando all’interno della nostra psiche il conflitto generato dalla coesistenza di un elemento disturbante con gli altri è troppo elevato, e dà luogo ed emozioni e sensazioni insostenibili occorre difenderci: allontanandolo dalla coscienza o consapevolezza (rimozione), negandone l’esistenza (negazione), attribuendolo ad un altro (proiezione, identificazione proiettiva), vivendolo in maniera separata (scissione), ecc. Anche in questo caso l’elemento comune a questi meccanismi di difesa è l’allontanamento da se stessi.
Dunque davanti ad azioni orrende, a crimini spietati ci difendiamo allontanandoli da noi stessi come individui (io non sarei capace nemmeno di pensarlo), come famiglie (chissà da che famiglia viene), come società (sono degli incivili), come etnia (sono un popolo assassino), come religione (sono dei senza dio o degli infedeli), come uomini (sono delle bestie).
Attenzione però queste sono e restano sempre delle operazioni difensive, pertanto non devono essere confuse con delle spiegazioni o peggio dei giudizi, altrimenti oltre a precluderci la conoscenza reale dei fatti ed una comprensione dei fenomeni e delle motivazioni, produciamo un effetto paradossale e pericolosissimo: ci avviciniamo a coloro che hanno commesso il crimine:
• Secondo l’etologia: aggredendoli, con modalità analoghe alle loro, anche se “coperte” da morale, giustizia, religione, scienza, in quanto non umani.
• Secondo la psicanalisi: mettendo in atto in maniera inconsapevole (inconscia) ciò che ci terrorizza per meglio controllarlo poiché non si è stati in grado di comprenderlo, elaborarlo ed integrarlo.
Freud scrisse che tutto ciò che ci fa paura al tempo stesso ci attrae!