La nuova “offensiva pedagogica” lanciata dal Ministero della Pubblica Istruzione e dai mass media contro il fenomeno del bullismo fa ricorso ad una dura campagna comunicativa in cui il bullo viene equiparato ad un debole; viene in qualche modo paradossalmente e intenzionalmente invertito il rapporto forte-bullo debole-vittima.

Ma siamo sicuri che in questo modo smontiamo il bullo? Siamo sicuri di aver bisogno di questa “offensiva pedagogica”?

In realtà il termine stesso “offensiva pedagogica” rimanda a qualcosa di ambiguo, ambivalente o meglio ad un ossimoro vero e proprio! Come si può promuovere educazione, conoscenza, comunicazione e benessere evocando emozioni e contesti aggressivi?

E inoltre ci interessa capire e comprendere il fenomeno per poterlo risolvere o ci interessa etichettarlo per eliminarlo e allontanarlo da noi? Con i fenomeni psicologici e sociali qualsiasi approccio che non sia figlio di una amorale e libera disponibilità della mente nel leggere gli eventi è fallace.

Il bullo adotta una strategia relazionale, o in alcuni casi non relazionale, basata sull’aggressività, sull’opposizione e sulla violenza, questo tipo di atteggiamenti costituiscono un comportamento di attacco che nel campo etologico e compartamentale rappresenta una delle due risposte ad uno stimolo vissuto come minaccioso e pericoloso: attacco e fuga.

Dal punto di vista psicologico con una griglia di lettura di tipo intrapsichico, che integra la considerazione precedente, l’atteggiamento utilizzato dai “bulli” rappresenta forse l’unica risposta che hanno potuto sviluppare per essere “visti”, per far fronte alle loro difficoltà, alle proprie debolezze, o meglio alla paura delle proprie difficoltà, della propria incapacità di stare con gli altri e delle proprie debolezze.

In questo senso è vero che bullo in qualche modo equivale a debole, ma se il sentirsi e l’essere chiamato debole costituisce lo stimolo pauroso di fronte al quale i bulli reagiscono in modo aggressivo, dicendo loro “deboli”, screditandoli, attaccandoli, isolandoli cosa otteniamo? Un’amplificazione del fenomeno e forse l’acquisizione anche da parte delle “vittime” di oggi di atteggiamenti e comportamenti bulleschi.

Non sarebbe meglio far leva sulle difficoltà cercando di capire il vissuto emozionale dei bulli?

Se si vuole produrre un cambiamento sul piano psicologico e sociale bisogna sempre co-crearlo, occore creare un clima di comprensione emotiva - vera e non di comprensione di tipo assitenzialistico buonista altruistica morale religiosa - e di collaborazione.

Esempi di slogan diretti ai bulli in questo senso potrebbero essere: “sei davvero così felice quando sei da solo?”, “sei davvero così soddisfatto di aver fatto del male?”, oppure “non è più bello essere stimati e ricercati che temuti e allontanati?”. Da notare la forma interrogativa che crea un clima di collaborazione per trovare le risposte insieme.

Certo il problema è molto complesso ed ha molte sfaccettature che in questo contesto non possiamo affrontare ma riteniamo importantissimo fare un ultimo accenno ad un elemento imprescindible quando si parla di fenomeni come questo: molti di questi soggetti non hanno sviluppato le strutture intrapsichiche e le risorse psicologiche necessarie per leggere le proprie emozioni, distinguere il bene dal male, pensare su livelli diversi - simbolico e comportamentale - ecc; in questi casi sarebbe opportuno un approccio anche di tipo interventistico e terapeutico, non solo mediatico.

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