Dibattito ideologico culturale: le opposizioni all’approvazione della legge 56/89
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Intorno al tema della regolamentazione della professione di psicologo e dell’esercizio dell’attività psicoterapeutica si articolato un dibatto culturale molto acceso, all’interno del quale le posizioni che sostenevano la necessità della costituzione di un albo professionale erano in netta minoranza. A tal proposito è importante citare un convegno tenuto nel 1975 a Padova, organizzato dagli studenti del Corso di Laurea in Psicologia, in cui la posizione sostenuta da Lombardo, Fara e Slavich riguardo il problema della regolamentazione giuridica della professione di psicologo risultò essere una voce fuori dal coro (Carli, Cecchini, Lombardo, Stampa, 1997).
Il clima culturale italiano, infatti, è stato sempre ostile alla psicologia per diversi motivi che possono essere sintetizzati in quattro diverse opposizioni (Lombardo, 2003): l’opposizione politico-istituzionale, l’opposizione militante o della psichiatria democratica, l’opposizione analitica o psicoterapeutica e l’opposizione vetero accademica o del fondamentalismo accademico.
1. Opposizione politico-istituzionale:
Il clima politico e culturale degli anni ’70 e ’80 era caratterizzato da un forte influsso marxista; molte aree di questa corrente di pensiero mostravano forti resistenze ad accettare i nuovi paradigmi scientifici proposti dalla psicologia e fondati su concetti come individualismo e soggettività, considerati reazionari e conservatori ed appartenenti ad una scienza essenzialmente borghese. Inoltre anche dal punto di vista giuridico e istituzionale il riconoscimento della professione di psicologo e l’istituzione di un albo professionale veniva associato ad operazione corporativistica da contrastare.
Questa opposizione, però, finiva paradossalmente per rafforzare le altre professioni “forti” che già avevano ottenuto il riconoscimento di un proprio Ordine, accentuando uno sbilanciamento tra le diverse professioni in cui la psicologia veniva ulteriormente svalutata e la psichiatria rafforzata.
2. Opposizione militante:
Questa opposizione è in qualche modo sovrapponibile alla prima, perché incentrata su una visione marxista della società e della scienza. La psichiatria democratica, infatti, poneva al centro del proprio modello e come cornice di riferimento per il suo statuto epistemologico, la sociologia e la fenomenologia esistenziale. All’interno di questa prospettiva la formazione universitaria dello psicologo veniva criticata per la sua eccessiva astrattezza e l’intervento psicoterapeutico clinico veniva visto come pericoloso perché manipolativo rispetto alle coscienze individuali.
La figura che questo movimento ideologico culturale promuoveva era l’operatore sociale unico, un “tecnico senza teoria” che si occupava di aspetti sociali e personali, offrendo sostegno ed aiuto per i bisogni concreti dell’individuo. Anche in questo caso però ad uscirne rafforzata e tutelata era la figura dello psichiatra, che veniva eletto ad unico tecnico professionista nel campo della salute mentale.
Basaglia e Minguzzi sono due esponenti illustri della psichiatria democratica che dalle pagine de l’Unità mostrarono dubbi e criticarono l’istituzione e l’inquadramento istituzionale e professionale dello psicologo (Stampa, 1999, p. 71).
3. Opposizione analitica:
Questa opposizione si riferisce a tutte quelle scuole che si occupavano di formazione in psicoterapia. Le scuole non psicoanalitiche contrastavano l’approvazione dell’Ordine degli psicologi poiché questo avrebbe loro imposto un maggior controllo ed una regolamentazione forte; le scuole psicoanaltiche, invece, si opponevano all’approvazione di approcci terapeutici estranei al loro modello.
In altre parole ciascuna scuola tentava di difendere la propria identità e la propria credibilità ottenute al di fuori di una regolamentazione specifica, puntando più su un concetto di appartenenza ad una determinata scuola o teoria che sulla competenza e sulla formazione. In particolare rispetto alle scuole psicoanalitiche esistevano delle vere e proprie lobby giornalistiche e culturale, che dichiararono una sorta di guerra santa alla figura dello psicologo (Carli, 1997).
4. Opposizione vetero accademica:
L’ambiente accademico paradossalmente considerava inesistente la professione di psicologo e pertanto si opponeva all’istituzione dell’Ordine. In particolare esisteva una vera e propria separazione tra l’ambito clinico, che veniva assimilato dalla psicoanalisi, e la ricerca contestualizzata nelle università. In altre parole la formazione universitaria era mirata alla psicologia sperimentale e di ricerca, mentre l’esercizio delle attività cliniche era riservata a persone formate attraverso le scuole psicoanalitiche o di psicoterapia.
Musatti, fondatore della SPI, si schierò al fianco di questa visione dicotomizzata distinguendo tra “anima sperimentale” ed “anima psicoanalitica” della psicologia (Carli, Cecchini, Lombardo, Stampa, 1997), anche se riteneva comunque indispensabile una regolamentazione della professione terapeutica per contrastare il fenomeno della “psicoterapia selvaggia” e per legalizzare istituzionalmente la formazione clinica delle più importanti scuole psicoanalitiche (Lombardo, 2003).
Nonostante queste forti opposizioni la Legge 56/89 riuscì ad essere approvata e ad istituire un Ordine per la professione dello psicologo; tuttavia il problema riguardo la definizione degli ambiti professionali e della formazione dello psicologo, in particolare dello psicologo clinico, è rimasto aperto, come testimoniato dalla motivazione principale con la quale numerosi professionisti sono entrati a far parte dell’Ordine attraverso una sanatoria che permetteva il transito anche di coloro che non fossero laureati in psicologia: l’esercizio delle attività psicoterapeutiche piuttosto che l’“essere psicologo”, poiché tale attività era l’unica aea professionale che ritenevano esistente e legittimata (Carli, 1997).