Il bambino in televisione parteIII
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Un altro fenomeno interessnate è la cosiddetta scomparsa dell’infanzia nella televisione. Essa sembra riflettere in parte un cambiamento del bambino reale, sempre meno bambino nella misura in cui “consuma” un immaginario da adulti, ma anche un tratto caratterizzante della programmazione televisiva recente.
In questo senso una ricerca condotta nel 1996 dal Dipartimento di Giornalismo, Media e Comunicazione dell’Università di Stoccolma è illuminante. L’idea consiste nel mettere a confronto la rappresentazione del minore in televisione nel 1982 (quando la televisione svedese aveva ancora due sole reti di stato) e nel 1995, dopo l’avvento dei networks privati: “la ricerca parla di un fenomeno di “annichilimento simbolico” del bambino: solo il 10 % della popolazione televisiva ha un’età compresa tra gli 0 e i 15 anni (contro il 20 % della popolazione reale), una percentuale che decresce con il decrescere dell’età (i minori di anni 12 in televisione sono circa 1/3 di quelli reali, i minori di 8 anni un quinto, i minori di 5 anni un ottavo). Tra i 16 e i 50 anni, invece, c’è un rapporto pressoché identico tra popolazione televisiva e popolazione reale; il rapporto comincia a decrescere di nuovo dopo i 50 anni” (Rivoltella, 1997).
Ma cosa cambia dal 1982 al 1995? I bambini figurano di meno sulla tv commerciale che su quella pubblica e anche in quest’ultimo caso sono meno rappresentati che nel 1982; la maggior parte dei minori, poi, sono rappresentati nella fiction e più nella sfera intima (la casa) che in quella sociale (la scuola). Infine i bambini degli anni ’90, presentano più conflitti, sono più aggressivi, indipendenti, precoci, adultizzati, prendono più iniziative.
Il dato interessante è che, mentre il tasso di rappresentazione dell’infanzia diminuisce in tutti i programmi, rimane costante nella pubblicità: il bambino costituisce infatti il cosiddetto jolly di cui accennavamo sopra.
Per quel che riguarda le rappresentazioni del bambino in tv possiamo affermare come il bambino televisivo è caratterizzato (Rivoltella, 1997) da:
- Perdita dei suoi punti di riferimento tradizionali e da un sostanziale isolamento nei confronti dell’adulto: il padre risulta assente o, se presente, connotato da caratteri marcatamente infantili; la madre tende a ricoprire una funzione eccessiva. Poco spazio viene garantito ad altre figure di adulto, come l’anziano o l’insegnante. È il gruppo dei pari a surrogare il venir meno delle figure parentali, anche se non certo sul piano della guida educativa:
- Un’immagine non tanto come oggetto, quanto come mezzo di comunicazione. E questo in almeno tre modi:
- Soggetto per produrre emozioni nello spettatore.
- Testimonial di un prodotto attraverso un’immagine idealizzata e stereotipata, soprattutto dal punto di vista sessuale (l’intelligenza, la forza, la vivacità siano associate di solito al maschio, la tendenza romantica e sentimentale alla femmina).
- Un “ostaggio generazionale”, invitato a misurarsi con l’immagine di padri-baby sitter e di madri in carriera e, contemporaneamente, a identificarsi in modelli sessuali passati: bambine e ragazze preadolescenti sognanti tra abiti di tulle rosa, bambole da accudire, goielli e trucchi e con bambini e ragazzi incoraggiati verso modelli di riferimento, in cui forza, aggressività, competizione e coraggio virile sono doti indispensabili per crescere e diventare uomini.
Dunque la televisione tende a rimuovere l’idea dell’infanzia a livello della rappresentazione, dove si assiste a un fenomeno di vero e proprio deprezzamento e designificativizzazione dell’infanziain cui il bambino è rappresentato in ruoli limitati, serve di supporto ai ruoli adulti. Un processo che va facendosi sempre più marcato (lo attesta il confronto sulle programmazioni dei decenni Ottanta e Novanta) e che, televisivamente, si può forse spiegare con l’imporsi del modello americano, soprattutto della fiction, ma che è possibile riscontrare anche nella programmazione cosiddetta “per ragazzi”.
La televisione, inoltre, sta facendo scomparire l’infanzia come pubblico specifico e questo comporta ilrischio di una scomparsa dell’infanzia oltre che dal teleschermo, anche dalla realtà sociale. Consentire al bambino di avere accesso a un sapere da adulti, significa negare la sua infanzia, adultizzarlo precocemente.
In sostanza, l’immagine del bambino che ci viene restituita dalla televisione non è omogenea, ma frammentaria, ora idealizzata ora iper-reale, e restituisce la doppia percezione di un’infanzia “cresciuta”, capace di prendersi cura della società degli adulti, e insieme indifesa, minacciata, per nulla capace di far fronte alla realtà (Rivoltella, 1997).
Il bambino mostrato dai media, dalla televisione, non rappresenta, quindi, il bambino reale, ma il modo di definirsi della nostra società in rapporto all’infanzia.