Il leader nei gruppi adolescenziali parteII
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Il leader dunque è spesso caratterizzato da problematiche narcisistiche in cui l’immagine del Sé sembra essere apparentemente adeguata spesso anche per l’effetto di un atteggiamento compiacente (Kernberg, 1981). Nella vita di gruppo tende quindi ad usare e sottomettere gli altri per i propri fini, soprattutto per la regolazione dell’autostima, che rappresenta il suo autentico bisogno emotivo, ciò da cui dipende la stabilità dei suoi comportamenti.
Dunque il punto cardine è rappresentato dalla figura del Leader. Egli può svolgere ruoli molto diversi, come sopra evidenziato, come quello del politico, dell’esperto, del rappresentante per i rapporti con l’esterno o supervisore per quelli all’interno tra i membri, dispensatore di premi o punizioni, modello, figura paterna e stratega.
A volte si tratta di relazioni affettive complesse, in cui l’attribuzione della leadership, e quindi di potere decisionale, non sempre corrisponde al coinvolgimento materiale nell’azione deviante. In nome della funzione iniziatica del gruppo, accade che l’azione venga affidata qualche volta proprio al membro supposto più debole e infantile, guidato e incitato dall’amico più esperto a svolgere una funzione attiva, attraverso la quale dimostrare la propria appartenenza e fedeltà. Il vero leader, invece, spesso si preoccupa di organizzare e guidare l’azione, trattenendosi dal realizzarla, mostrando con ciò di non avere nulla da provare al gruppo e di avere maggior controllo dell’impulsività dei membri gregari.
Nei reati sessuali, ad esempio, il leader qualche volta si astiene dal rapporto sessuale, nelle estorsioni resta sul motorino in attesa che gli altri agiscano, chiedendo ai compagni dimostrazioni di virilità e di coraggio che a lui non sono richieste.
La tipologia di personalità del leader all’interno del gruppo minorile deviante, è caratterizzata soprattutto dal blocco maturativo e dal ritardo evolutivo nello sviluppo psicosessuale dell’adolescente, che lo stesso cerca di colmare con un gesto a forte valenza simbolica, che gli possa consentire di raggiungere istantaneamente un ideale punto di arrivo (Novelletto A, 1986).
L’ideazione dell’atto deviante e la sua successiva realizzazione esprimerebbe in questo senso, seppur in modo onnipotente e illusorio, e attraverso i pericolosi canali dell’azione, un’istanza evolutiva, altrimenti disattesa.
Elemento distintivo risulta essere determinato dalla “famiglia interna” del giovane capo-branco, caratterizzata dall’interiorizzazione di una figura materna depressa, immatura e priva di competenza educativa. È possibile che questa madre chieda al figlio di consolarla e vendicarla dai soprusi subiti dagli uomini, e da una figura paterna assente affettivamente, spesso violenta, comunque ostile alla crescita di un figlio maschio rivale. In tale contesto affettivo, il gruppo dei pari finisce per sostituire gli adulti quale famiglia sociale capace di consolare e di ricambiare con affetto e riconoscimento.
La figura del leader, inoltre, è spesso legata a problematiche narcisistiche, in cui l’immagine del Sé sembra essere apparentemente adeguata. Egli si mostra agli occhi degli altri furbo, manipolatore e superficiale nelle relazioni. Per gli altri membri della banda, le qualità fondamentali devono essere quelle del combattente, che ha sempre la meglio. Lo scopo immediato è quello di raggiungere una reputazione di durezza e di violenza distruttrice. Tale fama, infatti, procura, oltre al rispetto dei propri pari, anche l’ammirazione per la forza fisica e la mascolinità che essa rappresenta. All’interno di questo ambito, l’atto deviante in se stesso non ricopre la funzione di scaricare la tensione, ma ha l’obiettivo di eccitare, rinsaldare il legame con il gruppo e tentare di raggiungere un’immagine di sé adeguata.
Il comportamento delinquenziale è finalizzato, quindi, ad evitare la disgregazione psicotica, magari attivando emozioni forti per dimostrare a se stessi e agli altri di esistere e di essere ancora vivi, attenuando così un grave stato di desolazione interiore.